Intervista alla Dott.ssa Margherita Graglia

Intervista CIS alla Dott.ssa Margherita Graglia

 

Brevemente di cosa si occupa e qual è la sua specializzazione?

 

Sono una psicologa-psicoterapeuta, sessuologa clinica. Mi occupo anche di formazione e sono saggista. Per quanto concerne la sessuologia mi occupo della sessualità in generale e delle varie disfunzioni che si possono presentare; lavoro con le coppie o laddove non sia possibile con i singoli pazienti.
Affianco all’attività clinica quella di formatrice in vari ambiti: educativo, sanitario e delle Pubbliche amministrazioni. Ad esempio, ha organizzato e condotto in varie sedi italiane i corsi: “Educare al rispetto” rivolto agli insegnanti per contrastare il bullismo omotransnegativo e ”L’identità sessuale in età evolutiva” rivolto agli operatori psico-socio-sanitari. Ho partecipato a vari progetti nazionali ed europei sui temi dell’identità sessuale, ad esempio come docente e coordinatrice del team formativo della Strategia nazionale LGBT per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere dell’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali presso il Dipartimento Pari Opportunità). Sono coordinatrice del Tavolo interistituzionale per il contrasto all’omotransnegatività e per l’inclusione delle persone LGBT del Comune di Reggio Emilia. Ho scritto numerosi articoli scientifici sui temi dell’identità sessuale e delle discriminazioni, per Carocci editore ho realizzato i testi: Le differenze di sesso, genere e orientamento. Buone prassi per l’inclusione (Carocci, 20199), Omofobia. Strumenti di analisi e intervento (2012) e Psicoterapia e omosessualità (2009).
:

Quali studi ha intrapreso per esercitare la sua professione?

 

Mi sono laureata in psicologia, quindi ho fatto la scuola di specializzazione in psicoterapia a orientamento costruttivista intersoggettivo e mi sono ulteriormente specializzata in sessuologia clinica.
:

Qual è la gratificazione maggiore del suo lavoro?

 

Rispetto al lavoro clinico è scorgere il cambiamento, a volte rapido a volte più lento, a volte evidentissimo, altre volte quasi impercettibile, rappresentato da minimi aspetti, eppure fondamentali e inimmaginabili a inizio percorso. Anche per quanto concerne il lavoro di formazione vedere il cambiamento nei partecipanti è una fonte di grande soddisfazione e motivazione. Quando le persone coinvolte nella formazione iniziano a confrontarsi, a fare connessioni, a esprimersi liberamente è davvero emozionante assistere alle riflessioni che emergono, alla creatività di cui le persone sono capaci.
Partecipare al cambiamento altrui, sia che riguardi il setting clinico sia quello formativo, coinvolge anche il mio cambiamento; sono grata alle persone che ho incontrato come psicoterapeuta e come formatrice in quanto mi hanno dato la possibilità di affinare il mio sguardo, mettermi in discussione, attivare, anche per quanto mi riguarda, processi di cambiamento. Entra quindi in gioco, sia nella psicoterapia sia nella formazione, l’importanza della relazione. Costruire l’alleanza terapeutica o il clima dell’aula propizio al cambiamento è certamente impegnativo ma allo stesso tempo è stimolo e fonte di grande appagamento. A questo proposito mi piace citare lo psicoanalista Searles (1992) che affermava: “Un paziente diventa, obiettivamente, un essere umano che suscita simpatia, ammirazione e, in un senso fondamentale, amore”. Ecco io mi sento proprio innamorata del mio lavoro.
:

Quando viene richiesto il suo aiuto?

 

Come psicoterapeuta le domande possono essere le più disparate e riguardare appunto l’ambito della sofferenza umana, inoltre oltre alle problematiche psichiche generali e a quelle sessuologiche mi occupo anche nello specifico degli aspetti riguardanti l’identità sessuale, quindi l’identità di genere e l’orientamento sessuale. Vedo pertanto persone LGBTI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, intersessuali) che si rivolgono a me rispetto a questo tema specifico, mentre altre persone LGBTI non portano questioni legate alla loro identità, ma semplicemente sanno che rivolgendosi a me possono trovare uno spazio sicuro, privo di pregiudizi, che possa loro permettere di occuparsi dei temi ritenuti rilevanti. Le persone LGBTI possono anche portare questioni specifiche e su questi aspetti occorre essere preparati, non ci si può improvvisare, il rischio infatti è quello di riproporre stereotipi o pratiche cliniche eteronormative o cisnormative che possono compromettere il percorso terapeutico.
Nell’ambito LGBTI lavoro con singole persone, coppie, famiglie omogenitoriali e genitori di persone LGBTI. Nell’ambito dell’identtà trans* seguo persone durante la transizione sociale e/o fisica, sia adulti sia adolescenti e vedo anche genitori che mi chiedono consulenza per i loro bambini gender variant. Lavoro anche con le persone intersessuali e i loro famigliari.
La mia attività riguarda inoltre le scuole e altre agenzie educative, mi occupo di formazione e consulenza allo scopo di preparare gli insegnanti, ad esempio rispetto agli studenti trans o a quelli che hanno famiglie omogenitoriali. Allo stesso tempo collaboro anche con le istituzioni. Il Tavolo del Comune di Reggio Emilia che coordino, ad esempio, è un’esperienza molto importante in quanto è la prima iniziativa in Italia a impegnare tutte le Istituzioni di un territorio in un progetto collettivo. Tutte le istituzioni hanno infatti sottoscritto un protocollo per adottare ben 86 buone prassi per l’inclusione degli utenti e del personale LGBT.
Recentemente mi è stata anche richiesta dalla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, un’audizione come esperta sull’antidiscriminazione relativa ai progetti di Legge sulle discriminazioni e sulle violenze motivate dall’identità di genere e dall’orientamento sessuale. Spero che il mio contributo possa essere d’aiuto nell’approvazione di una legge fondamentale per il nostro paese.
:

Quanto viene personalizzata la terapia?

 

La terapia è un percorso che ogni volta va adattato alle specificità della persona coinvolta, questo richiede una grande capacità di flessibilità e di analisi per mettere a fuoco le peculiarità della situazione da parte del terapeuta e sapersi muovere di conseguenza.
Ogni percorso è infatti un insieme di vincoli e di possibilità, si tratta di navigare in questo spazio, trovando la bussola e trovandola insieme alla persona o alle persone che chiedono aiuto. Il mio approccio, quello costruttivista, considera infatti fondamentale co-costruire insieme alla persona la rotta. Dico sempre che io sono esperta del metodo e la persona che si rivolge a me è esperta di se stesso/a/* e che queste due competenze possono collaborare insieme. Ho quindi la mia cassetta di attrezzi, ma non applico protocolli, cerco di volta in volta di mettere a fuoco le modalità migliori per affrontare insieme alla persona la situazione che mi viene portata. La terapia è un viaggio condiviso e si decide insieme dove andare.
:

Come vede affrontato il discorso della sessualità nelle nuove
generazioni?

 

Il tema è molto ampio; per quanto concerne ad esempio i temi di cui ho poc’anzi trattato, ossia quelli riguardanti le identità sessuali, stiamo assistendo a un cambiamento davvero significativo. C’è stato un cambio di cultura importante. Fino a 10/15 anni fa mi capitava ad esempio di ricevere domande di consulenza da parte di genitori che avevano o sospettavano di avere figli omosessuali e che si rivolgevano a me con la richiesta più o meno esplicita di cambiare l’orientamento sessuale del figlio, mentre negli ultimi anni i genitori non portano nemmeno più i figli in consulenza ma vengono direttamente loro in seduta, consapevoli di avere loro una difficoltà di accettazione.
Inoltre c’è tutto il tema delle “nuove” identità emergenti LGBT: pansessuale, pangender, queer, gender non binary, ecc. E’ in qualche modo un nuovo mondo che implica da parte dei professionisti della salute un nuovo sguardo, una messa in discussione di vecchi modelli. Per quanto mi riguarda è molto entusiasmante.
:

A chi spetta il compito di impartire l’Educazione sessuale nelle
scuole?

 

Innanzitutto è necessario affermare con grande chiarezza che l’educazione sessuale è un’opportunità educativa che dovrebbe essere garantita a tutti gli studenti. Sappiamo invece che ancora troppo spesso non è cosi, L’Italia è infatti un paese sessuofobico. Mi è capitato di lavorare con educatori provenienti da altri paesi europei, come l’Olanda, ed è impressionante il lavoro che sono riusciti a fare. Trattano i temi della sessualità con le ragazze e i ragazzi in modo chiaro e approfondito con una metodologia molto partecipativa e senza i problemi che invece devono affrontare gli educatori che nel nostro paese vogliono proporre l’educazione sessuale a scuola. Una situazione incredibilmente arretrata che si ripercuote sulle nuove generazioni. Bisognerebbe sensibilizzare maggiormente i dirigenti scolastici e gli insegnanti sull’importanza dell’educazione sessuale, ma molto spesso l’intoppo riguarda i decisori pubblici che pongono numerosi ostacoli alla realizzazione di queste iniziative. L’educazione sessuale è poi fondamentale che sia impartita da educatori che siano adeguatamente preparati. Sarebbe anche auspicabile che in famiglia si parlasse maggiormente di sessualità e che i genitori a loro volta venissero preparati per parlare degli argomenti inerenti la sessualità con i loro figli. Come sessuologa clinica incontro persone che mi portano problematiche nella sfera sessuale che affondano le radici proprio nella mancanza di un’adeguata informazione sulla sessualità, o perché sono state veicolate informazioni sbagliate o attribuiti significati negativi alla sessualità.
:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *