Intervista a Vincenzo Cappelletti

27 dicembre 2017

A cura del CIS
 

Storico italiano del pensiero scientifico, professore di storia della scienza a Roma dal 1980. Nel 1956 ha fondato con A. Ferrabino Il Veltro, rivista della civiltà italiana, che dirige. Dal 1970 presidente della Domus Galilaeana e direttore generale dell’Istituto della Enciclopedia Italiana. È stato consigliere culturale e scientifico del Presidente del Consiglio dei ministri nei ministeri Cossiga e Forlani. Presidente, dal 1989, dell’Académie Internationale d’Histoire des Sciences e della Société Européenne de Culture, dal 1991 del Consorzio BAICR-Sistema Cultura (Biblioteche e Archivi Istituti Culturali di Roma), è divenuto nel 2006 anche Presidente dell’Istituto italiano di studi germanici. Ultimo libro pubblicato: Introduzione a Freud (1997). Il Prof. Cappelletti ha inoltre presieduto il Centro Italiano di Sessuologia negli anni ottanta-novanta. Sarebbero state tante le domande da rivolgere ad una personalità così interessante nel panorama scientifico e culturale italiano, ma per questa pubblicazione abbiamo scelto di intervistare il Prof. Cappelletti nella sua veste di Past President del Cis.

 
Quando e perché scelse di diventare medico?
 

Frequentavo il liceo classico e non c’era nulla che non riuscissi a prendere sul serio. Mi trovai di fronte a problemi, tutti impellenti, tutti da avvicinare a una soluzione, a una spiegazione. Cominciarono a chiamarmi “cultura”, altri preferivano il tedesco “kultur” , profittando del mio precoce preferire la lingua germanica a tutte le altre. Tra i massimi Autori degli anni Cinquanta c’erano Freud e Marx. Una volta scelta la medicina – non senza una determinante influenza della famiglia materna -, il tedesco era d’obbligo, a far le cose sul serio. Il greco del liceo classico prometteva la vittoria.

 
Come si è avvicinato alla sessuologia?
 

La sessuologia era un terreno vergine, e, sostanzialmente, sterile. Ma con un retroterra tutto da scoprire e da ricostruire. A non voler compiere questo lavoro, si rischiava di naufragare nel banale o nell’ovvio. Resistenza, pregiudizi, tabù a ogni passo, mentre era seducente, appagante come pochi altri lavori in campo antropologico, ricostruire il profilo di problemi, di comportamenti, di diagnosi e prognosi. Il pericolo maggiore era costituito dalla riluttanza a prendere atto di tutta la novità di una sessuologia vissuta come sintesi di fisiologia, psicologia e sociobiologia. Un lavoro affascinante vissuto su di se’ da Homo sapiens sapiens , costretto a prendere atto della propria relatività e a superarla, a trascenderla ad ogni passo.

 
Quale è la sua opinione sulla sessuologia? 
 

Ricondotta a quella che occorre considerare e chiamare “integralità dell’uomo”, la sessuologia ci appare nella luce di un progetto conoscitivo ancora in corso, di un cammino, come spesso accade nella ricerca, che mostra di possedere la forza di opporsi al facile dileggio. Vien fatto anzi di pensare che un grande sforzo sia compiuto dalla cultura di ogni tempo per impedire a Homo sapiens sapiens di cogliersi e rappresentarsi nella concretezza dell’esistere. Si finge o, almeno, s’immagina di poter sostituire alla concretezza di un tutto certamente ipercomplesso, quelli che sono tutti i giorni sotto i nostri occhi e che l’odierna retorica chiamerebbe “comportamenti”. Opposta è la realtà di Homo sapiens sapiens: opposta nel senso accennato di una complessità che si fa strada nella vita e richiama l’uomo alla conoscenza di se stesso, dissuadendolo dal prendere una parte di se’ per il tutto del Soggetto che si muove nel mondo, posto vi da una causa misteriosa. Partita dal tutto della vita, la nostra disamina ha compiuto una sosta sull’uomo e sulla realtà osservabile del suo esistere. Quanto più complesso l’oggetto di questo termine ultimo, e quanta suggestione promana da una semplice parola. Se mi chiedo perché mi sia avvicinato alla sessuologia, credo di scorgerlo nel rifiuto della semplificazione arbitraria e nel desiderio di tornare alla realtà della cosa in se’ rappresentata dalla vita. Non dobbiamo temere di rimetterla al posto che le compete. Forse c’è una medicina ancora tutta da vivere, alla luce di un’ umiltà profonda da presagire e diffondere.

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