Le identità trans: generazioni a confronto – Parte II°

Margherita Graglia
Psicologa, Psicoterapeuta e formatrice

 

LE IDENTITA’ TRANS: GENERAZIONI A CONFRONTO (Parte II).
 

Intervista a O.M.
 
1. Iniziamo dalla Sua storia, vorrei che mi raccontasse qualcosa di Lei, a partire da dove vuole.
 

Mi definisco non binary da due anni ormai, anche se il processo di “messa in dubbio” del mio genere è iniziato da prima. Non sono una di quelle persone che “l’ha sempre saputo” o che ha provato fastidio nel vedere, durante la pubertà, il proprio corpo svilupparsi in un certo modo. Direi che ho sempre abbastanza ignorato l’esistenza del genere e delle differenze (sociali soprattutto) tra i sessi, finché a 20 anni circa (quindi 3 anni fa) ho iniziato grazie a Facebook e altri social network, a conoscere persone che si definivano non binarie.

Ho iniziato a realizzare (o dovrei dire accettare e quindi sentire?) parecchio fastidio nel vedermi ed essere visto come “donna” (essendo io stato assegnato al genere femminile alla nascita).

Voglio specificare che quando dico che mi dava fastidio essere visto come donna non intendo dire che provavo disforia verso il mio aspetto fisico. Il fastidio era diretto all’”identità sociale”. Quindi non avevo problemi o disforia verso il mio corpo visto come femminile, solo disagio verso le aspettative, i comportamenti nei miei confronti perché visto come donna e al raggrupparmi socialmente con “le donne”.

Però l’immaginarmi uomo (in questo caso intendo sia come aspetto fisico, sia come soltanto identità sociale) mi dava lo stesso senso di estraneità, non era giusto neanche quello.

Ci ho messo un po’ (mesi) a definirmi non binary, nonostante io conoscessi già il termine e conoscessi persone che si definivano così. Penso che il motivo per cui mi è stato difficile accettarlo è che non pensavo di avere abbastanza “prove” per definirmi qualcosa di diverso da quello che mi era stato imposto.

E anche per un problema di “mancanza di rappresentazione”: dicevo che se le persone non binary erano così poche in percentuale (almeno era quello che credevo) quante possibilità c’erano che io fossi uno di loro?

La definizione di non binary è molto ampia, e raggruppare tutte le persone non binarie sotto un’unica definizione è un po’ limitante. Non binary significa solo “non solo uomo” e/o “non solo donna”, però non include cosa si è, solo cosa non si è. Esistono persone non binarie con un genere fluido che cambia nel tempo. Persone che hanno due generi, persone che non hanno nessun genere ecc..

Io mi riconosco nella categoria di Agender, in italiano agenere, ovvero non sento di aver un’identità di genere. E questo forse spiega perché non me ne sia importato molto del genere fino a che non ho iniziato ad avere fastidio per quello che mi era stato assegnato.

Ho deciso di applicarmi questa definizione dopo un po’ (settimane) che avevo usato la parola non binary, e continuo a definirmi anche così perché non binary è un termine ampio, mentre agender è una definizione più specifica. È stato difficile capire di essere agender perché io cercavo un’identità altra da “sentire” con cui sostituire il termine donna, ma non riuscivo a sentire nessuna appartenenza a categorie di genere. Dopo un po’ mi sono arreso e ho capito che se non la trovavo probabilmente non c’era, e quindi ero agenere.

Un anno dopo queste scoperte ho iniziato a usare un binder (canotta contenitiva per far appiattire il seno) e ho cambiato il modo in cui parlavo di me (prima usavo il mio nome anagrafico e il femminile, ora uso il maschile), e sto considerando un transizione medicalizzata anche se è molto difficile capire dove voglio arrivare. Mi viene difficile visualizzarmi in un modo che io consideri “più vicino a me”. Ho capito solo da poche settimane che quello che voglio è una mastectomia totale e non una riduzione al seno. Penso di iniziare la terapia ormonale di testosterone ma non so dove mi porterà: a vedermi completamente mascolinizzato non mi piaccio.
Continuo a definirmi non binary, agender (e ovviamente transgender, visto che per me significa essere di un genere diverso da quello assegnato alla nascita) e non vedo il mio voler ‘mascolinizzare’ (o rendere più neutra?) la mia immagine e fisicità come una contrapposizione a questo. Non credo che disforia fisica e identità di genere coincidano. Non penso che un mio utilizzare il maschile per parlare di me o farmi crescere i baffi con testosterone cambieranno il fatto che sono non binary e che non ho un’identità di genere.
 

2. Come persona trans*, quali sono stati i passaggi che considera fondamentali nel Suo percorso di messa a fuoco della sua identità?
 

La possibilità di confronto con altre persone (avvenuta su internet e pochissimo, e solo ultimamente, nella vita reale) e la possibilità di frequentare ambienti queer/trans-friendly in cui la stereotipizzazione dei ruoli e delle espressioni di genere veniva riconosciuta come costruita socialmente e non “biologicamente naturale”.
 
3. Che cosa è per Lei il genere?
 

Credo che sia una parola che può avere più significati.
Uno dei significati è quello ‘sociale’ che diamo al genere, cioè in base a come veniamo letti/lette (uomini o donne) siamo soggette a diversi comportamenti e/o discriminazioni.

Però credo che intendere genere come ‘essere riconosciuti socialmente come uomini o donne’ non possa prescindere dal riconoscimento dell’altro significato, ovvero quella che si chiama identità di genere.
Esiste un’identità di genere nelle persone che non è influenzata da come veniamo percepiti.
Non so cosa sia il genere non avendone uno (sono agenere) ma dalle esperienze altrui penso di poterlo definire come “sentimento di appartenenza (o non appartenenza) a un determinato gruppo sociale, che può avere (ma non per forza) influenze sull’espressione di genere e sui comportamenti dell’individuo”.
 
4. Nella Sua esperienza di persona trans* ha incontrato delle difficoltà? Se sì, può fare qualche esempio?
 

E’ stato molto difficile per me fare coming out inizialmente con parenti e amici, soprattutto dovendo anche spiegare cosa sia l’identità di genere e il non binarismo. Per fortuna è andata quasi sempre bene.

Trovo difficoltà anche perché l’intera società è costruita in modo binario (es. spogliatoi, bagni, immaginario comune ecc) e a volte mi dà disforia dovermi fingere donna/uomo per fare qualcosa.
Ho trovato difficoltà a trovare un terapista che sapesse cosa intendevo con non binary.
 
5. (Se sì), che cosa Le è stato di aiuto per affrontarle?
 

La presenza di amici che mi sostenevano e il leggere di altre esperienze su internet. Sapere che esistono altre persone come me e che stanno bene, sopravvivono, mi fa sentire molto bene. All’inizio avevo difficoltà a immaginare una qualsiasi persona non binary anziana, perché era come se non avendo esempi non potessi. Ora ci riesco un po’ di più, proprio grazie al confronto.
 
6. Secondo Lei quali sono oggi le principali sfide per le persone trans* in Italia?
 

Quasi tutto, ma in prima linea: trovare dei professionisti competenti per la transizione medicalizzata, visto che in Italia si tratta di dover dimostrare e giustificare la propria identità e non c’è possibilità di autodeterminazione.
Trovare dei medici competenti fuori dal percorso.
Trovare un lavoro quando non si “passa” bene (quando è visibile l’essere trans) e quando non si hanno i documenti rettificati.
Poter agire contro chi agisce transfobia, legalmente.
 

7. Pensando a un contesto ideale, ossia completamente inclusivo delle persone trans*, secondo Lei, quali sono le caratteristiche necessarie per realizzarlo?
 

Smettere di dare per scontato che i genitali siano un segno del nostro destino caratteriale e identitario. Più nel pratico intendo: bagni senza indicazione di genere, accanto a quelli con i generi binari; Possibilità di cambiare nome e sesso legale quando si vuole, non soltanto dopo il permesso del giudice (e svincolare la necessità di avere un nome ‘concorde’ con il sesso legale); percorsi di transizione più liberi da giudizi di psichiatri e psicologi; presenza di medici formati, sia psicologi/psichiatri sia medici in generale in ogni campo; inclusione delle persone trans nei protocolli medici a prescindere e non solo come eccezione; legge contro la transfobia; aiuto nel trovare lavoro; aiuto per limitare l’abbandono scolastico.

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