Pene: tra chirurgia e feticismo

Se può essere vero che la virilità si misura in centimetri come asserisce il sociologo statunitense Gary Griffin editore del trimestrale Penis Power, in quanto un genitale molto grande è simbolo di una potenza virile altrettanto grande, e se l’insicurezza del maschio occidentale è la causa del dilagare del potere femminile, sembra che sia giunto il momento della riscossa: con circa dieci milioni si può allungare il pene di almeno tre centimetri e mezzo, e tre milioni per ogni centimetro di virilità non sembrano poi tanti.

Il tutto lo si deve al Dottor Rosenstein che dopo quattro anni di attività e 20.000 peni allungati e ingranditi si è meritato l’appellativo di “King of Penis“. Per come l’operazione viene proposta dall’agente di marketing del chirurgo, l’unica difficoltà è quella di raggiungere Culver City (California) dove appunto opera il nuovo monarca.

 

L’allungamento infatti si ottiene liberando quella parte dei corpi cavernosi che rimane nascosta dalle ossa pelviche e spostando quindi i legamenti in avanti. I più fortunati sono ovviamente coloro la cui parte nascosta è particolarmente sviluppata. Ma non basta, il Dr. Rosenstein provvede anche ad ingrossare il pene, gli sono sufficienti 50 cc. di tessuto adiposo che preleva per liposuzione e inietta provvedendo manualmente ad una distribuzione uniforme lungo tutto il corpo del pene. Il prezzo rimane sempre lo stesso anche se la parte nascosta è superiore alla media dei tre centimetri e mezzo.

Due ore di operazione e due mesi di convalescenza e… astinenza completano il quadro dei sacrifici necessari per adeguare il proprio simbolo.

Precisiamo che il Dr.Rosenstein non è l’unico, anzi l’intervento è stato per la prima volta (1988) attuato da un urologo cinese che apprendiamo chiamarsi Dr. Long… ma ci deve essere un errore di trascrizione, che si era dedicato alle malformazioni congenite, altri utilizzano tecniche diverse come il chirurgo estetico Dr. Niccolee di New Port che preferisce trapianti cutanei alla infiltrazione di grasso.

 

Ma al di là degli aspetti chirurgici che ci chiediamo se si tratta come afferma il sociologo Griffin di un potenziamento del pene in quanto simbolo della virilità o invece di una forma di feticismo.

L’uomo che possiede un genitale di dimensioni normali ma lo ritiene comunque inadeguato, non è tormentato dall’essere privo di un segno o simbolo della virilità, non ha bisogno di un rappresentante della virilità, ma di quella parte di sé che lo rende virile. Provvedere all’allungamento e all’ingrandimento del pene significa attribuire al proprio genitale il valore del feticcio il quale a differenza del simbolo, non rappresenta qualcosa, ma è quel qualcosa.

Per quell’uomo dunque il pene non rappresenta la potenza virile, ma è la potenza virile.

 

In questa maniera il pene-feticcio assume un potere magicoprotettivo che renderà vittoriosi sulle donne, proprio le donne che vengono sempre più facilmente rappresentate non come l’oggetto del desiderio, ma come la maggiore minaccia alla traballante identità del maschio occidentale.

Come osserva Lai (Rivista di Sessuologia 3/95) “il feticcio ha sempre una funzione di protezione da avversità, paure e angosce, legate alla debolezza e alla fragilità dell’individuo” e inoltre il feticcio agisce da “commutatore di identità” nel senso che il suo possesso consente di assumere un’altra identità, nel nostro caso quella di un uomo inequivocabilmente virile.

 

Ma andando per questa strada o, se si vuole, passando per Culver City, si giunge alla conclusione che l’interesse sessuale si focalizza ed esaurisce nella presenza del feticcio, si consuma in una sorta di contemplazione masturbatoria e se, tranquillizzati dalla magia del penefeticcio la donna svanisce come minaccia, affascinati del proprio feticismo la donna svanisce come persona desiderabile.

 

Marzo/Aprile 1995 –Anno III- n° 2

In “Frammenti di Sesso” CIC, 2005

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