Saffo di Lesbo

16 marzo 2017

di Nunzia Melchiorre

 

Lesbo, un’isola greca che deve la sua fama all’aggettivo femminile: lesbica. Il termine suscitava scandalo poiché del tutto estraneo all’atmosfera del luogo.

 

Lesbo è un’isola, abbastanza grande, a nord-est del mar Egeo, quasi vicina all’Asia Minore, e più precisamente alla Tròade, dove, secondo la leggenda, i guerrieri achei avevano combattuto per dieci anni per la bellezza di Elena.

 

Lesbo è la patria di Saffo, la poetessa senza bellezza, nata a Mitilene, la città più importante dell’isola, nell’ultimo terzo del VII sec. A.C..

 

Le città erano indipendenti, ma dovunque si parlava lo stesso dialetto greco, detto eolico, che, si diceva, era stato introdotto dagli Achei che avevano partecipato all’assedio di Troia; e una delle famiglie potenti di Lesbo, quella dei Pentilidi, dichiarava di discendere da Oreste, figlio di Agamennone, il capo della spedizione achea.

 

Al tempo di Saffo, Lesbo era un’isola ricca, che intratteneva rapporti con le città greche della costa dell’Asia Minore, in particolare con Focea, i cui marinai, spingendosi nei mari del remoto Occidente, avrebbero fondato Marsiglia, loro prima colonia occidentale. Qui sono stati rinvenuti vasi fabbricati a Lesbo e portati lì dai Focesi, forse come merce di scambio per ottenere il bronzo, una lega che serviva per le armi e gli oggetti di lusso. Non si conosce molto della storia di Mitilene né per il periodo precedente a Saffo né per quello successivo. Si sa, comunque, che la città ebbe disordini e rivolte che comportarono il crollo dell’aristocrazia che la governava.

 

Saffo apparteneva ad una famiglia nobile, come il suo contemporaneo Alceo. Entrambi incarnano la poesia lirica, detta eolica, che punta ad esprimere sentimenti personali e si distingue per questo da quella lirica-religiosa o civile.

 

Il padre di Saffo si chiamava Scamandronimo, un nome sonoro che richiamava quello del fiume della pianura troiana, cantato da Omero nell’Iliade.

 

Oltre che una figlia, Scamandronimo ebbe anche dei figli maschi. il maggiore commerciava con l’Egitto e possedeva un vascello, come tutti gli aristocratici, per il trasporto delle merci.

 

Ed è in uno dei suoi viaggi che si innamorò di una famosa cortigiana Rodofis, per cui si rovinò.

 

In uno dei suoi poemi Saffo chiama Dorica la ragazza che trattiene il fratello lontano da lei.

 

Di un altro fratello si sa ben poco. Del terzo si narra che fu coppiere nel pritaneo di Mitilene, cioè versava da bere ai consiglieri della città durante le riunioni, una funzione riservata ai giovani delle migliori famiglie.

 

Le donne godevano una condizione e un’indipendenza che non avrebbero più conosciuto in età classica tra il V e IV sec. a.C.. non che per loro non fosse un obbligo il matrimonio! La stessa Saffo dovette rispettarlo, diventando la moglie di un certo Cercilas o Cercolas, un uomo ricchissimo che veniva dall’isola di Andros (Cicladi), dal quale ebbe una figlia chiamata Cleis, come la madre di Saffo. Secondo l’epopea America, la donna era innanzitutto la custode dell’OIKOS, della “casa”; ma le numerose feste in onore delle divinità fornivano diverse occasioni d’incontro alle giovani donne e alle fanciulle che formavano i cori (i cori avevano attinenza con la danza non con il canto). I canti che accompagnavano le feste religiose, i matrimoni e i banchetti, erano opera di poeti che appartenevano agli stessi ambienti sociali di cui cantavano gioie e tristezze. La presenza di più donne o di una in mezzo a loro era, comunque, un fatto eccezionale. Forse proprio a questo deve qualcosa la fama acquistata dalla poesia lirica di Lesbo.

 

Due erano le compagne di Saffo. Allieve (a cui insegnava la sua arte) o compagne di gioco e di piacere, non si sa. Le sue opere erano indirizzate a delle donne, quelle poesie ardenti, sensuali, erotiche che si è potuto ricostruire grazie a dei frammenti che ci sono pervenuti. Saffo, la Lesbica, divenne oggetto di scherni più o meno osceni o di giudizi come quello espresso dall’anonimo autore di un papiro di Ossirinco:

 

“È stata criticata per la sua dissolutezza e perché amava altre donne”.

 

Almeno dai suoi fautori, l’omosessualità non è più ritenuta, oggi, una forma di “dissolutezza”. Ma molti rimarrebbero stupiti nell’apprendere che la loro scelta si inscrive in una tradizione aristocratica greca. Con la differenza però che l’omosessualità aristocratica non precludeva agli uomini come alle donne, i rapporti eterosessuali, particolarmente all’interno della vita coniugale.

 

Si è scritto molto sull’”amore greco”, sull’amore verso i ragazzi, la pederastia. In realtà l’uomo greco amava le donne al pari di qualunque altro uomo di qualunque altra civiltà.

 

Ma all’interno dei gruppi aristocratici, nella Grecia arcaica (VII-VI sec. a.C.) si stabilivano fra i giovani e adulti relazioni amorose.

 

Basti osservare un vaso greco per capire che non si trattava di relazioni “platoniche”.

 

Ciò che ci sorprende è che si sia potuto manifestare con tanta naturalezza l’amore verso una donna o verso un ragazzo.

 

Occorre precisare, però, che queste pratiche erano naturali in un determinato ambiente, non lo erano in un altro. Nell’Atene del V e IV sec. a C. non lo erano più.

 

Il poeta comico Aristofane si burlava degli “invertiti” e lo stesso Platone sentiva il bisogno di giustificare l’amore verso i ragazzi spogliandolo di ogni sessualità.

 

Ed è proprio ad Atene e dai poeti comici che i versi di Saffo vennero derisi, mentre nell’età in cui ella visse e nella società aristocratica di Mitilene, le sue ardenti parole indirizzate alle compagne non suscitavano alcuno scandalo.

 

Sfortunatamente non si sa nulla della pederastia femminile. Nel caso di Saffo, si tratta di “pederastia” nel significato letterale del termine “amore dei ragazzi”.

 

In effetti le donne, a cui ella rivolge i suoi versi ardenti, sono ancora delle “ragazze” e molto spesso, è quando stanno per separarsi da lei per maritarsi, che Saffo compone i suoi commoventi addii:

 

O promessa sposa, il tuo corpo è pieno di grazia e i tuoi occhi di miele, sul tuo volto seducente si diffonde amore, è certo che è Afrodite che ti ha distinta tra tutte le donne.

 

Saffo esprime il suo dolore invocando Eros “che consuma i membri ed è amaro e dolce”.

 

È disperata perché Ahis l’ha lasciata per la sua rivale Andromeda. A lei, partita per maritarsi, dedica i versi che ci testimoniano il tipo di vita che conducevano queste giovani e della natura dei legami che le univano:

 

Non ritornerò più mia dolce Ahis, morire è meno crudele di questa sorte odiosa; l’ho vista piangere nel momento dell’addio. Diceva: “Parto. È duro partire”. Ed io: “Sii felice, va, perché nulla dura a lungo. Ma ricordati sempre quanto ti ho amata. Tenendoci per mano nella notte profumata, andavamo alla fonte o erravamo nei campi. Per il tuo collo ho intrecciato ghirlande dai mille profumi; la verbena, la rosa e il giacinto appena colto ti stringevano il seno in un amplesso odoroso; balsami preziosi ti ungevano il corpo delizioso e giovane. E mentre riposavi vicino a me teneramente, ricevevi dalle mani di esperte ancelle i mille oggetti che l’arte e la mollezza inventano per adornare la bellezza delle figlie di Ionio …

 

Saffo che non aveva nulla della bellezza delle dee o delle regine Americhe (era, pare, piccola e bruna) amava cantare la bellezza delle sue compagne:

 

Quando ti vedo dinanzi a me mi sembra che mai Ermione (figlia di Elena e di Menelao) sia stata così bella e non credo temerario paragonarti alla bionda Elena se è permesso le mortali paragonare alle dee. Sappi, davanti alla tua bellezza, tutta la mia ansia sento che scompare.

 

E ad un’altra:

 

Torna, te ne scongiuro Gorgila e preparati, vestita della tua tunica color di latte. Ah, che desiderio aleggia attorno alla tua bellezza!

 

Ma sempre tornava ad imporsi il desiderio con l’invocazione della dea di Cipro (Afrodite):

 

Sei venuta e hai fatto bene. Ti desideravo. Tu hai acceso nel mio cuore un desiderio che l’arde.

 

Vedere in Saffo, dopo questi versi, un Socrate al femminile, come è stato fatto da un sofista nel secondo secolo della nostra era, è un segno evidente di giustificare la poetessa di Lesbo dall’accusa di avere atteggiamenti “contro natura”.

 

Ma c’è, pure, chi ha ipotizzato l’esistenza di due Saffo, l’una poetessa l’altra cortigiana dai costumi depravati. Ma per i suoi contemporanei la questione neppure si poneva.

 

Saffo era insieme la poetessa di cui cantare i versi, e la donna unita alle sue compagne da legami sulla sessualità dei quali non esisteva il minimo dubbio.

 

Non si sa bene se Faone sia esistito veramente, l’importante è che a Saffo sia stata attribuita una passione “eterosessuale”.

 

Il suo amore per le donne non le impedì di innamorarsi di passione altrettanto focosa di un uomo di nome Faone che Saffo avrebbe desiderato di un “amore furioso”, amore non corrisposto che l’avrebbe portata al suicidio: “Saffo si sarebbe gettata in mare dall’alto di uno scoglio chiamato “Salto di Leucade” nell’isola omonima.

 

Non si sa bene se Faone sia esistito veramente, l’importante è che a Saffo sia stata attribuita una passione “eterosessuale”.

 

Non va dimenticato, altresì, che Saffo ha composto degli epistolari, dei canti nuziali, in cui esalta l’amore dei giovani sposi.

 

Avanti in alto

O imeneo

Altazeli, o capentieri!

O imeneo

Il marito è un gigante!

O imeneo!

Che uomo, amici, e com’è grande!

O imeneo.

 

Pare che abbia avuto una storia anche col suo compatriota Alceo che la chiama “Saffo dalle trecce viola”. I due, sono rappresentati su un vaso, l’uno di fronte all’altra, ciascuno con il suo strumento musicale.

 

Si tratta di tradizioni che testimoniano l’ambiguità degli amori della poetessa.

 

Ma sarebbe da dire che la – cattiva – reputazione che le è stata attribuita dagli autori dell’Antichità, non riguardasse tanto i suoi amori quanto la sua indipendenza.

 

Per questo Saffo si distingueva dalle altre donne al punto da essere costretta a prendere la via dell’esilio poiché aveva preso posizione nei conflitti che dilaniavano la sua città. E si rifugiò in Sicilia, a Siracusa …

 

Certo è che, denigrata per i suoi amori, la poetessa di Lesbo ha meritato la gloria per il suo talento, venendo definita nell’Antichità la decima musa.

 

Celebrata da Catullo e Ovidio, è stata tradotta fino ai giorni nostri da Marguerite Yourcenar che l’ha collocata ai vertici della poesia lirica che ha dominato il pensiero greco pre-classico.

 

Bibliografia:

 

Les Belles Lettres di Thèodore Reinach – Saffo, poesie – Ilaria Dagnini.

 

C. Calame – L’amore in Grecia – Ed. Laterza, Bari 1983.

 

F. Buffière – Eros adolescent. La pèdèrastie dans la Grece.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *