Sulla nostra reticenza

E’ vero, noi non ne abbiamo mai parlato. Qualche accenno non è mancato, ma per quanto non siano molti i fascicoli pubblicati, il primo è uscito nel 1993, per poter rintracciare una nota o un richiamo dovremmo fare una ricerca accurata. Dunque, è proprio vero, l’obiezione è corretta. Noi non ne abbiamo mai parlato. Un notiziario come questi pochi fogli, per quanto impossibilitato dalle sue modeste risorse di bilancio a fornire notizie di prima mano, ma proprio perché impegnato a riportare opinioni o spunti di riflessione, non dovrebbe ignorare comportamenti che si presentano con tanta frequenza; episodi di vita quotidiana che non si verificano lontano da noi, in paesi stranieri, presso altre culture che qualcuno può ancora considerare barbare e selvagge.

 

Al contrario, si tratta di eventi che si verificano abitudinariamente nel nostro paese, nella nostra città, forse nel nostro stesso condominio, sotto le nostre finestre o addirittura presenti nella nostra stessa memoria. La drammatica realtà di tali eventi non dovrebbe impedire di ignorarli: anche se fossero numericamente ridotti, anche se riuscissimo a cancellarli dai ricordi, come spesso avviene nell’illusione di soffrire meno, e anche se fossimo capaci di dimenticare che sono, come dire, di casa, dovremmo forzatamente accorgercene.

 

La loro capacità di presentarsi alla nostra attenzione è straordinariamente potenziata da mass media particolarmente vigili che con grande premura ci mantengono aggiornati, mentre non tralasciano occasioni per dibattere o semplicemente ricordarci che il fenomeno esiste. Non è possibile sfogliare un quotidiano, assistere ad un servizio giornalistico televisivo, soffermarsi su spot o guardare, sia pure distrattamente, manifesti pubblicitari, senza essere comunque coinvolti in un tema che noi in queste pagine sembriamo invece voler dimenticare. Forse, ci dicono, siamo dei tecnici, che intendono trattare della sessualità come se fosse un meccanismo da scomporre nelle sue parti per meglio descriverlo perdendo così la possibilità di considerarlo nella sua globalità e dimenticando quindi quegli aspetti istintivo-pulsionali o poetico-passionali o drammatico-esistenziali che fanno della sessualità una dimensione umana polivalente, contraddittoria e conflittuale. Oppure, aggiungono altri, siamo troppo legati a quella rivoluzione sessantottina che ha proclamato il piacere come riferimento valoriale per ogni questione riguardante la vita sessuale e quindi non ci saremmo accorti che la triade sesso, libertà e piacere è una trappola per gli ingenui, una bandiera per un esercito di creduloni che entusiasta della vittoria non si accorge che il nemico, tutt’altro che sconfitto, riconquista le precedenti postazioni rinnovando, sia pure in forme diverse, il dominio di sempre.

 

Così quella stessa triade verrebbe messa al servizio del potere sia perché usata come droga distraente o in grado di soddisfare gli appetiti e privare di autonomia e capacità critica sia perché consentirebbe di giustificare ogni atteggiamento, ogni scelta sessuale, qualsiasi diversità, fungendo da anestetico morale e lasciando che comunque vengano rinnovate le schiavitù di sempre. Sarebbe opportuno parlarne, obiettano sempre questi nostri critici interlocutori, altrimenti si può far pensare che non abbiamo opinioni in proposito oppure – e non è facile decidere quale delle due ipotesi sia la peggiore – che manteniamo una indifferenza colpevole. Questo tacere infatti potrebbe essere sospettato di collusione con un fenomeno che da troppi anni, forse da sempre, ha prosperato nel silenzio, ha sfruttato e ancora oggi sfrutta i pudori e le ipocrisie di una società intimorita da un potere che vuole intoccabili chi lo esercita e le istituzioni (famiglia, scuola, tribunali, ecc.) in cui si esprime; un fenomeno che è di molto superiore a quei 21000 casi (uno ogni 500 famiglie, uno ogni 4 scuole) registrati nell’anno 2000… Abbiamo forse commesso un errore, ma il non parlarne non deriva dalle ragioni che ci sono contestate. Se il silenzio ha favorito con l’impunibilità il mantenersi e fors’anche l’estendersi del fenomeno, ci sembra che oggi quella stessa parola che era stata così a lungo negata, sia diventata occasione per liberarci dalla drammaticità dell’evento celebrando una sorta di pubblico esorcismo che soddisfa le pruderie voyeristiche, innalza l’audience delle inchieste televisive e aumenta la tiratura dei giornali.

 

E’ vero, noi non ne abbiamo voluto parlare.

 

Settembre/Ottobre 2000 –Anno VIII- n° 3
In “Frammenti di Sesso” CIC, 2005

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