Il viagra e i limiti dell’approccio clinico

Si dice che è già stata sperimentata, che sia prossima ad essere commercializzata. La aspettavamo nella primavera del 97, poi abbiamo dovuto attendere l’autunno, adesso siamo sempre più impazienti, ma dovranno trascorrere ancora alcuni mesi. Si tratta di una semplice pillola che libererà i maschi, che fantasticano erezioni marmoree, dalle fastidiose intracavernose; termine in sè fascinoso evocatore di avventure terrifiche che tuttavia per il medico indica solo l’immissione di una sostanza nei corpi che strutturano il pene, mentre per i pazienti è una puntura lì, sì proprio lì, in quell’organo prezioso, delicato, sensibile anche se a volte ribelle.

 

Sarà dunque sufficiente un sorso d’acqua, la pillola va giù e lui va…. In verità l’andar sù non sembra essere movimento immediato ed automatico, la benefica pillola ha il potere di predisporre l’apparato genitale per cui il meccanismo erettile potrà rivelare la sua efficienza solo al momento giusto. Intelligenza della biochimica! Infatti il Sildenafil, così ha nome la componente chimica della pillola in questione che verrà distribuita come Viagra, interviene a livello dei mediatori che consentono la vasodilatazione locale inibendo la fosfodiesterasi tipo 5 (PDE5), perversa molecola capace di idrolizzare la benefica guanosina monofosfato prodotta grazie all’intervento dell’ossido nitrico e capace di determinare l’erezione. L’anti-PDE5 consentirebbe quindi allo stimolo sessuale di produrre tutto l’ossido nitrico necessario senza il pericolo che la conseguente guanosina monofosfato venga inattivata. L’azione del Sildenafil ha così appassionato i ricercatori che ora lo si sta sperimentando anche nella donna per favorire quella vasodilatazione genitale che caratterizza i primi momenti della risposta sessuale.

 

Viagra (l’appellattivo non è molto accattivante; abbiamo maggiormente apprezzato la fantasia che ha prodotto il termine di Sustanon, farmaco pro-erezione a base di testosterone, che se pronunciato sillabando rimanda impietosamente alla ragione per cui lo si assume: Su-sta-non) può essere dunque immaginata come la pillola della potenza sessuale e d’altra parte è in questo modo che è stata annunciata con la conseguente conclusione che non ci sarà più bisogno di sessuologi, psicologi, andrologi e quant’altro ai quali forse è stato riservato quel richiamo alla via-agra con cui si presenta il Sildenafil. Ma sarà poi vero? Certo che se l’impotenza è definita come l’incapacità di ottenere e mantenere una erezione in grado di garantire una soddisfacente performance sessuale, l’ipotesi di una scomparsa degli operatori della salute sessuale, generici e specialisti che siano, non è così peregrina, ma forse le cose non sono così semplici.

 

E’ già avvenuto per le iniezioni intravernose: dopo un festoso inizio ci si è resi conto che le persone tendono ad abbandonare il farmaco nonostante i suoi positivi effetti sull’erezione. Le ragioni dell’abbandono sono diverse, ma le più rappresentate riconoscono come unico denominatore la mancanza di un approccio sanitario che tenga conto delle dimensioni intrapsichiche e relazionali dalle quali il deficit spesso origina e nelle quali comunque si colloca.

 

Per la persona la mancanza di erezione non è semplicemente un mancato afflusso di sangue ai corpi cavernosi; l’impotenza non è una patologia della funzione, ma una patologia dell’essere. Per occuparsi di impotenza dunque, occorre rivolgersi ad un universo di significati diversi da quelli offerti dalla semplice valutazione della macchina corporea e delle sue funzioni. Ciò non lo si ottiene, come ritengono molti, ricorrendo alla distinzione fra medici e psicologi e attribuendo agli uni la competenza del soma e agli altri quella della psiche, ma adottando una lettura antropofenomenologica della persona come essere al mondo.

 

Al clinico, psicologo o medico che sia, si chiede di adottare un approccio che sappia integrare il sapere tecnico o organicistico (l’alterata vasodilatazione) con gli aspetti fenomenologici dell’esistere (il cognitivo, l’affettivo, il relazionale). Avremo presto disponibile una sostanza che si presenta come maneggevole e particolarmente efficace, sapremo usarla se capaci di utilizzare e armonizzare le componenti tecnologiche ed antropologiche che da sempre coesistono nell’agire del clinico. Non sarà la tecnologia a inattivare le funzioni di coloro che si occupano di clinica sessuologica, ma la loro incapacità di usarla positivamente e di integrarla quindi con le altre dimensioni dell’esistere.

 

Gennaio/Febbraio 1998 –Anno VI- n° 1

In “Frammenti di Sesso” CIC, 2005

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